Economia, Gran Bretagna, Lavoro, Occupazione

Economia britannica, Disoccupazione al 4%, minimo da febbraio 1975. C’è piena occupazione fuori dall’euro.

Il mercato del lavoro britannico si è teso ulteriormente all’inizio del 2019, malgrado le prove di un diffuso rallentamento di un’economia sotto pressione per le incertezze della Brexit e i timori per i commerci globali.

Il tasso di disoccupazione britannico è rimasto stabile al minimo pluridecennale, mentre l’inflazione dei compensi, compresi i bonus, è rimasta invariata, secondo i dati ufficiali di questo martedì.

Il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 4,0% nel trimestre terminato a dicembre, in linea con le aspettative. Si tratta del minimo dal febbraio 1975.

Il numero di persone occupate nel Regno Unito è salito di 167.000 unità, più delle 152.000 previste.

Il numero delle richieste di sussidio, ossia della variazione nel numero delle persone che chiedono un sussidio di disoccupazione, è salito di 14.200 unità a gennaio dalle 20.800 di dicembre.

Gli economisti si aspettavano un incremento di 12.300 unità.

I compensi medi, esclusi i bonus, continuano a salire al tasso più rapido dalla crisi finanziaria di oltre 10 anni fa, schizzando del 3,4% nel trimestre terminato a dicembre. Il dato è in linea con le previsioni e col tasso rivisto di novembre.

Compresi i bonus, la crescita dei compensi è salita al tasso annuo del 3,4%, meno delle aspettative di un aumento del 3,5%. A novembre aveva registrato +3,4%.

La Banca d’Inghilterra ha parlato dell’aumento dei compensi e della sua pressione rialzista sull’inflazione dei prezzi al consumo per giustificare la necessità di alzare i tassi di interesse gradualmente, ma l’incremento dell’incertezza per quanto riguarda l’esito delle trattative sulla Brexit con l’Unione Europea ha convinto la banca centrale a non intervenire.

Nell’ultimo aggiornamento delle sue previsioni, la banca ha tagliato le stime di crescita britannica per via della Brexit e del rallentamento dell’economia globale. Gli analisti affermano che le ultime previsioni implicano due aumenti di un quarto di punto nei prossimi due anni, uno in meno rispetto a quanto stimato a novembre.

Nell’eventualità di una Brexit senza accordo, l’economista della BoE Gertjan Vlieghe ha affermato di aspettarsi che la BoE lasci i tassi invariati per un periodo più lungo o che possa persino tagliarli per supportare l’economia.

Fonte: Investing.it

Aeroporto D'Annunzio, Montichiari, Politica, Territorio bresciano

D’Annunzio in agonia, intervenga il Governo. Se Catullo è inadempiente, la concessione deve essere revocata.

La storia infinita dell’Aeroporto D’Annunzio di Montichiari registra l’ennesima puntata che vede le istituzioni lombarde impotenti nel cambiare i destini dello scalo bresciano ed i veronesi (ora guidati dai veneziani) con la società Catullo che insistono nel mantenerlo in una condizione di inutilizzo nonostante vi sia una concessione quarantennale che dovrebbe essere onorata. A proposito, una concessione quarantennale “segretata”, una concessione di un servizio che i cittadini/fruitori dello scalo non possono visionare.

Se uno scalo lombardo non riesce a raggiungere i target minimi non comprendiamo per quale motivo la Regione Lombardia non chiede in modo formale a Save S.p.A conto dell’adempimento riguardo la concessione quarantennale assegnatagli. Ci eravamo appellati al Ministro dei Trasporti Toninelli, e la risposta ci è sembrata chiara: “Stiamo guardando i dossier e prima di fare un intervento sul singolo aeroporto, ho l’obbligo, nei confronti degli italiani, per meglio gestire i soldi pubblici, di fare un piano nazionale degli aeroporti. Perchè se io vado ad incentivare o ingrandire un determinato aeroporto devo avere una strategia. E qual è la strategia che oggi stiamo portando avanti innanzitutto? Prima un piano nazionale degli aeroporti che va integrato e coordinato: non si può agire per singola città e singola regione”.

Bruni (Sacbo): Orio può entrare ma non in minoranza. L’aeroporto «D’Annunzio» di Montichiari il 15 marzo compirà vent’anni. Mai nome fu meno azzeccato per un’infrastruttura dalle grandi potenzialità, collocata nel cuore produttivo d’Italia. Ma a dispetto dell’audacia (poetica e non solo) del Vate, lo scalo gestito dai veronesi di Catullo — che detengono una concessione 40ennale — vive una lunga e silenziosa agonia. Senza più nemmeno un volo di linea, con circa 8 mila passeggeri privati l’anno (quelli che Orio fa in meno di tre ore) lo scorso anno ha visto anche il tracollo del trasporto cargo, indicato come il «futuro» strategico dello scalo. Un crollo del 62,6% nel primo semestre. Ma le cose non sono andate certo meglio da luglio a dicembre, come conferma il presidente di Abem, Giuliano Campana: «Il vettore Silk Way per l’Asia non garantisce più la sua continuità. Fa qualche volo ogni tanto. E per il 2019 non ci sono notizie di nuovi voli». Insomma, i numeri altisonanti contenuti nell’ultimo piano industriale di Save (390 mila passeggeri e 231mila tonnellate di merci nel 2020, cioè dopodomani) sembrano più che mai irrealistici. Come irrealistica per ora sembra la possibilità che ci sia un coinvolgimento dei bergamaschi di Sacbo (società che guida lo scalo di Orio al Serio) nella futura società di gestione. Gestione che per la verità non ha mai nemmeno coinvolto fino in fondo i bresciani: da due anni si parla della nascita di una newco formata al 20% dagli imprenditori bresciani di Abem, che dovrebbero gestire lo scalo insieme ai veneti (ai quali rimarrebbe però l’80 per cento delle quote).

Le ipotesi. In passato si era appunto auspicata una sinergia con Bergamo (caldeggiata dagli stessi sindaci Del Bono e Gori), aeroporto che scoppia di salute e ha bisogno di spazio per ampliarsi. Ma a fine 2018 è arrivata la chiusura del presidente di Sacbo, Roberto Bruni, «per ragioni di carattere oggettivo — dice al Corriere —: finché la concessione resta radicata nelle sole mani di Catullo non se fa nulla. E finché non si risolve questo tema è difficile affrontare i nodi successivi. È una precondizione essenziale. Noi non entriamo nell’eventuale futuro ente gestore in minoranza. E non buttiamo soldi in casa d’altri». La porta è chiusa, quindi, ma non a chiave. «Siamo disponibili a riaprirla qualora ci fossero le condizioni» commenta il noto avvocato ed ex sindaco di Bergamo. E le condizioni le possono creare i veneti certo (poco propensi a quanto pare ad avere uno scalo che faccia concorrenza reale a quello di Verona) ma anche gli enti preposti, che possono decidere di rivedere le concessioni. Innanzitutto Enac, l’ente nazionale per l’aviazione civile, che è in attesa di una nuova guida: si è in attesa della nomina del nuovo presidente, che sostituirà Vito Riggio; il ministro Toninelli ha indicato Nicola Zaccheo. «Capisco benissimo l’atteggiamento di Bruni — commenta Campana, presidente Abem —. Il problema è che ad oggi noi non sappiamo da chi andare ad inginocchiarci per uscire da questa indeterminatezza. Non si sa che fine farà Enac, e se verrà incorporata nel ministero dei Trasporti. E siamo in attesa della nomina del suo nuovo presidente; così come dell’annunciata revisione del piano nazionale aeroporti, di cui ha parlato il ministro». Dirimente sarà capire se il governo «del cambiamento» deciderà di mettere a gara la gestione dello scalo, così come aveva indicato lo stesso Tar nel 2014 su ricorso di Abem e Sacbo (poi venne siglata la pace dei cieli in nome dell’alleanza tra lombardi e veneti, i cui frutti però ancora non si vedono). Una decisione delicata, però, che potrebbe rivedere una serie di altre concessioni affidate senza gara.

Le incognite. Ad oggi non si sa nulla nemmeno dell’allungamento della pista a 3450 metri, per poter ospitare voli intercontinentali a pieno carico. Operazione che costerebbe 24 milioni. «Nell’ultimo incontro prima di Natale con i veneti di Save e Catullo — spiega Campana — non si è parlato dell’allungamento della pista. Prima è necessario discutere di come far partire davvero l’aeroporto. C’è tempo fino a giugno per far nascere la newco tra Abem e Catullo. E noi abbiamo pronti i 6 milioni da investire ma per ora navighiamo a vista. A questo punto non sarebbe così peregrina nemmeno l’idea di una gara per la concessione. L’importante è che l’aereoporto decolli, nell’interesse del nostro territorio».

Fonte: corriere.it (qui)

Banche, Politica

Carige, Paragone (M5s): “Pd tutelava padri, amici e salotti: noi i risparmiatori. Ora i dem stiano zitti”

“I risparmiatori si stanno scagliando contro le recenti dichiarazioni degli esponenti Pd che tacciavano Di Maio e Salvini di “Vergonosa ipocrisia”. La verità è che loro tutelavano padri, amici e salotti. Noi i risparmiatori. Ora stiano zitti”. A dirlo, in un video su Facebook, il senatore del M5s, Gianluigi Paragone, sul caso Carige.

Fonte: youtube.com

Il punto sul caso Carige:

Carige, sulla strada della soluzione di mercato l’ostacolo dei crediti deteriorati.

Di Maio e Salvini a favore dell’ingresso dello Stato. Tria preferisce il modello delle due venete, regalate a Intesa e “ripulite” grazie ai contribuenti. L’istituto ha in pancia crediti malati netti per 2,3 miliardi, il 15% sul portafoglio impieghi.

Non c’è voluto molto tempo. Passati pochi giorni dal commissariamento, il governo ha assunto una posizione molto esplicita. Carige può, o meglio deve, essere “nazionalizzata”. Di Maio ieri è stato tranchant. “Quel che posso dire è che crediamo nella nazionalizzazione, l’unica strada percorribile per il M5S”. Anche il fronte leghista pare essere sulla stessa lunghezza d’onda. Giancarlo Giorgetti ha risposto sì a una domanda sull’eventuale pubblicizzazione della banca: “La nazionalizzazione è un’eventualità prevista dal decreto se non si verificano alcune condizioni, quindi se nessun privato ci mette i soldi arriverà”, ha dichiarato. “L’obiettivo è salvarla sotto lo Stato. Se ci saranno utili ci guadagnerà lo Stato”, ha rimarcato Matteo Salvini. Più cauti il ministro dell’Economia Giovanni Tria – per cui la soluzione di mercato è la via preferibile (e nel caso l’ingresso dello Stato sarebbe “temporaneo”) – che il commissario di Carige Pietro Modiano, che ritiene l’ingresso dello Stato un’opzione “residuale” e “più che astratta”.

Fin qui la cronaca politica della giornata. Ma sul piano tecnico, quello cioè dello stato di effettiva salute della banca di Genova e del suo immediato futuro, quanto è giustificabile una nuova nazionalizzazione dopo quella di Mps? È davvero l’unica strada percorribile?

La banca ligure non è mai stata di fatto risanata dal suo vero tallone d’Achille, le sofferenze e i crediti malati lasciati in eredità da Giovanni Berneschi. Nonostante 4 anni di pulizie e vendite parziali di prestiti marci costate già 3 miliardi di svalutazioni, Carige si ritrova con 4,8 miliardi di crediti deteriorati lordi. Valgono ben il 27,5% dell’intero portafogliocrediti. Certo le rettifiche già compiute hanno coperto il 51% di questo ammontare. Ma non basta dato che i crediti malati netti sono tuttora di 2,3 miliardi, un livello del 15% sul portafoglio impieghi, doppio rispetto alla media del sistema bancario italiano.

È qui l’anomalia mai sanata dai tre amministratori delegati succedutisi alla guida della banca sotto la gestione del primo socio, Vittorio Malacalza. Per riportare tassi di sofferenze in linea con la media del sistema devi di nuovo mettere mano al portafogli, cedendo almeno un miliardo di prestiti malandati netti: ovviamente il prezzo sarà una percentuale (il 20-30% del nominale secondo i corsi del mercato) con una perdita secca di almeno 700 milioni. Ecco perché tutti sanno che occorrono nuovi capitali per far uscire Carige definitivamente dal cono d’ombra: il patrimonio netto oggi è di 1,8 miliardi e verrebbe eroso pesantemente dalla vendita delle sofferenze. Trovare un privato disposto a rilevare l’istituto ligure con questa cambiale in scadenza pare non facile. Certo potrebbe accollarsi il peso il Fondo interbancario che diverrebbe il nuovo padrone della banca semplicemente convertendo il bond da 320 milioni in capitale. Ma ve li immaginate un consorzio di banche come nuovo socio forte? Strada irta di ostacoli.

L’altra alternativa di mercato, quella che preferirebbero Tria e i neo-commissari, è il matrimonio con un solo cavaliere bianco. Si ripeterebbe il copione Intesa-banche venete. E quel copione dice che chiunque chiederebbe che la parte malata delle sofferenze resti in capo allo Stato, magari alla Sga. L’onere del peso dei crediti marci rimarrebbe in capo ai contribuenti e di fatto si regalerebbe la parte sana a un diretto concorrente. Tra un onere comunque pubblico, accompagnato da un regalo a un privato (linea Tria), forse a questo punto è meglio che il pubblico si tenga tutto il pacco, compresi depositi, impieghi sani e quel che di buono c’è in Carige (linea Di Maio & C).

Guardando al passato, invece, quel che colpisce è l’inettitudine e il tempo lasciato scorrere invano: mentre Malacalza litigava coi suoi timonieri aziendali, la banca si inabissava. I prestiti sono stati tagliati passando da oltre 21 miliardi a soli 16: con un credit crunch del genere puoi vendere quante sofferenze vuoi, ma il rapporto coi crediti malati resterà sempre troppo alto (in anni di presunta cura è sceso solo dal 34 al 27,5%). E se la banca viene frenata così violentemente non puoi che avere ricadute sui ricavi, calati del 30% sotto Malacalza. Si sono tagliati i costi, ma la caduta dei ricavi è tale che oggi la prima voce si mangia il 90% delle entrate (la media è al 65%). Tutti i parametri fuori controllo quindi: da quelli di conto economico alla tenuta patrimonale per la spada di Damocle inevitabile che sarà la pulizia definitiva dei crediti malati. La soluzione pubblica potrà non piacere, ma il principio di realtà dice che oggi è l’unica strada percorribile.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Montichiari, Velodromo

Ciclismo, Velodromo di Montichiari tempi lunghi, le manifestazioni pubbliche potranno tornare non prima del 2021.

Prove di carico ok: bando Coni per la copertura con un nuovo telo, lavori pure sul legno della pista. Treviso apre tra un anno.

Vediamo la fine del tunnel. E le otto ore in auto, nella bufera di neve del passo Gottardo in Svizzera, del c.t. Marco Villa con Ganna e Consonni per andare ad allenarsi sul velodromo di Grenchen, resteranno un ricordo. La pista bresciana di Montichiari (di proprietà del Comune) sarà salvata grazie a un intervento rapidissimo dei tecnici di Coni Servizi, che hanno accelerato l’iter per poter utilizzare l’impianto, chiuso dal 24 luglio dalla Commissione di Vigilanza di Brescia per le infiltrazioni di acqua dal tetto. Positive le prove di carico, la struttura metallica è solida: solo in caso di nevicata, con accumulo, ne verrebbe vietato l’ingresso.

I tecnici Coni stanno redigendo il bando con procedura d’urgenza: il tetto del velodromo, intriso d’acqua nell’intercapedine di lana di roccia, verrà coperto e ingabbiato completamente con uno speciale telo plastico. Tempi: 60 giorni. «E saranno fatti lavori di pulizia, stuccatura e levigatura della pista, rovinata dalle infiltrazioni d’acqua, e installate lampade per il riscaldamento — spiega Renato Di Rocco, presidente Fci —. Così entro giugno potremo usare di nuovo la pista per allenarci. Senza pubblico e senza eventi, ma a noi interessa salvare l’avvicinamento all’Olimpiade di Tokyo 2020. Sui costi, siamo tra 400 e 600 mila euro, e con lo stanziamento di 1,8 milioni grazie all’impegno del sottosegretario Giorgetti sul capitolo Sport e Periferie, e alla Regione Lombardia, copriremo sia questo intervento sia il completo rifacimento del tetto che effettueremo non appena aprirà il nuovo velodromo di Spresiano (Treviso): previsioni febbraio 2020. Potremmo così avere due piste per finalizzare la preparazione per i Giochi. Solo dopo, verrà chiuso Montichiari: per rifare completamente il tetto servirà almeno un anno».

Fonte: gazzetta.it (qui)

Crisi dei partiti, Forza Italia, Politica, Politica locale

Arrivano i gilet azzurri, la protesta dell’establishment contro il popolo.

Berlusconi chiama alla carica. Il suo partito scenderà in piazza a partire da gennaio per protestare contro la legge di bilancio.

Anche in Italia, come succede in Francia ormai da mesi, scenderanno in piazza i gilet. Ma non gialli, bensì azzurri, quelli di Forza Italia, che occuperanno le piazze italiane a partire da gennaio per protestare contro il governo e le misure contenute nella manovra.
Incassato già il primo battesimo, con la protesta messa in atto in Aula della Camera prima del voto di fiducia e replicata poi all’esterno, davanti Montecitorio, i gilet azzurri si apprestano a una grande mobilitazione, chiamati alla ‘carica’ direttamente da Silvio Berlusconi. Nel tardo pomeriggio, mentre in Aula proseguono le dichiarazioni di voto sulla fiducia posta dal governo sulla manovra, tutti i deputati di Forza Italia indossano all’improvviso delle pettorine azzurre con su scritti alcuni slogan: da “Giù le mani dalle pensioni” a “Basta tasse” fino a “Giù le mani dal no profit”.

Slogan incompleti, che dovrebbero essere i seguenti: Giù le mani dalle pensioni d’oro, Basta tasse sulle banche e Giù le mani dal no profit che fanno utili invece che solidarietà

Subito richiamati all’ordine dal presidente Roberto Fico, costretto a sospendere la seduta per 5 minuti, i deputati FI hanno quindi lasciato l’emiciclo per inscenare una sorta di sit in in Transatlantico, al grido di “Pensionati all’attacco”. Infine i parlamentari, indossando sempre i gilet azzurri, si sono diretti all’esterno, per bissare il sit in davanti l’ingresso principale di Montecitorio.

Negli stessi minuti, viene diffusa una lunga dichiarazione del leader Silvio Berlusconi nella quale, attaccando pesantemente il governo e la manovra, annuncia: “I gilet azzurri indossati dai nostri parlamentari sono il simbolo di un’Italia che non vuole distruggere, ma ricominciare a costruire: un’Italia che dice basta tasse, giù le mani dalle pensioni, giù le mani dal volontariato, giù le mani dall’Italia che lavora e che produce! Gli stessi gilet azzurri a gennaio saranno nelle piazze di tutte le città italiane per continuare la mobilitazione contro il governo giallo-verde a fianco dell’altra Italia seria e lavoratrice che ancora una volta viene ingiustamente penalizzata”.

Ma come, anche Forza Italia, come il PD protesta per le tasse alle banche ed il taglio alle pensioni d’oro? Ma la parte più comica è quel “giù le mani dall’Italia che lavora e che produce!”. Si riferiscono proprio quel ceto medio tradito da venti cinque anni dallo stesso Berlusconi e della mai avviata rivoluzione liberale. Lui che liberale lo è a parole. Lui che ha usato la politica per portare vantaggio alle proprie aziende evitando attentamente di navigare nel mercato “libero”. La concorrenza era un fastidio, anche se da liberale doveva promuoverla, ovviamente per tutti gli altri. Ha preferito esserne il protettore usando la politica e la buona fede di milioni di italiani. Una “filosofia” politica di protezionismo “degli interessi propri”. Una prassi tanto in voga nella politica nostrana e trasversare, una inciviltà politica che si vorrebbe annientare. La politica della clientela, che dispensa favori al clan di turno, alla lobby di riferimento, al potere forte dominante. Oggi Forza Italia abbozza la protesta, ultimo istintivo riflesso prima di scomparire…

“L’opposizione in Parlamento non basta più”

“I gilet azzurri che abbiamo indossato oggi nell’Aula di Montecitorio simboleggiano l’avvio della mobilitazione di Forza Italia contro questo governo e le sue politiche”, spiegano poi i deputati di FI. “Non basta più fare opposizione costruttiva nelle Aule del Parlamento, ridotte da questa maggioranza e questo governo a meri luoghi di bivacco, è giunto il momento di scendere in piazza e rivendicare con orgoglio i valori del centrodestra. Dei quali oramai siamo gli unici depositari e difensori.

Tutti sanno che il centrodestra è morto e sepolto. Non sorprende che i morti viventi seguaci dell’ottantenne ex cavaliere si agitino, non tanto per protestare, quanto per alzare il prezzo alla corte di Salvini, oramai l’erede indiscusso di un campo politico che si chiamò centrodestra.

Chi vota una manovra che aumenta le tasse, non taglia il costo del lavoro, penalizza il volontariato, danneggia i pensionati e dimentica il Sud non può dirsi di centrodestra. Il vero centrodestra siamo noi, è Forza Italia”, concludono.

Allora perchè non si presentano da soli alle amministrative? Cercano la Lega? Ma in caso di alleanze locali, cosa farà Forza Italia? Protesterà contro il Governo di cui fa parte la Lega il lunedì, mercoledì e venerdì, mentre il martedì, giovedì e nel week end sosterranno i candidati del Carroccio nei comuni? Abbiano il coraggio di una scegliere! Perchè localmente gli sarà chiesto da parte stare!

Durissime le parole di Berlusconi contro il governo e la maggioranza giallo-verde: “Nessuno deve sottovalutare la gravità assoluta di quello che sta succedendo alla Camera in questi giorni, nel metodo e nel merito”. Quanto al metodo, “si stanno obbligando le Camere a votare – senza quasi averla letta – una manovra scritta sotto dettatura proprio di quei burocrati di Bruxelles che si diceva di voler sfidare e sconfiggere. Per fortuna è prevalso il buon senso e si è evitata una sanzione europea, ma il prezzo per ottenere questo è stato una legge di bilancio che gli italiani pagheranno molto cara”.

Una manovra, dice Berlusconi, dettata “da quei burocrati di Bruxelles che si diceva di voler sfidare e sconfiggere”. Parole proprio di quel Berlusconi vittima degli stessi burocrati che nel 2011 lo convinsero ad “autodisarcionarsi”. Si dimise senza essere sfiduciato, sostenne il Governo peggiore della storia repubblicana, presieduto dal senatore Monti, che lo stesso ex cavaliere disse di aver proposto. Proprio quell’establishement di cui lo stesso Berlusconi ha sempre fatto parte sin dagli albori della seconda repubblica. Lui che dalla prima ha sempre beneficiato grazie alla politica. Ora inventa i gilet azzurri, quelli del ci vuole più Europa! Quelli dell’establishment. Funzionali a replicare proteste indotte e funzionali al sistema che non vuole cedere. Invece di parlare di sovranità e rivendicazione del diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi, noi ci troviamo Berlusconi. Ancora. Ma sappiamo che è solo questione di tempo, la natura farà il suo corso.

Fonte: agi.it (qui)

Europa, Politica, Popolo vs Elite

È l’euro la causa principale dei “gilet gialli”

Un gruppo di economisti, tra cui Jacques Sapir, pubblica un articolo sul blog francese “Les Crises” in cui cerca di riassumere in pochi paragrafi il grande argomento “tabù” di cui in Francia (come e forse più che in Italia) nessuno parla: l’euro. Con la conseguenza del tasso di cambio fisso, l’euro impone di aggiustare gli squilibri tramite svalutazione interna, causando disoccupazione e riduzione del potere d’acquisto. La rivolta, in Francia, è cominciata, sebbene la consapevolezza sulle sue ragioni profonde sia ancora limitata.

A quasi vent’anni dal lancio dell’euro, avvenuto il primo gennaio 1999, la situazione della moneta unica è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è palese, ed è stato riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. Dall’altro lato, questo argomento continua a restare un tabù in Francia, tanto che nessun politico di rilievo osa affrontarlo a testa alta. Come si spiega una situazione del genere?

Nessuno sembra ricollegare l’attuale movimento dei “gilet gialli” al fallimento dell’euro. Eppure, l’impoverimento della maggior parte della popolazione, di cui esso è il segno più manifesto, è la conseguenza diretta delle politiche messe in atto per tentare di salvare a qualsiasi costo la moneta unica europea. Non si sta parlando, qui, dell’allentamento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea col suo quantitative easing, peraltro inefficace nel rilanciare la produzione. Si sta parlando piuttosto delle politiche fiscali di aumento delle tasse e di diminuzione degli investimenti pubblici che vengono richiesti, ovunque, da parte della Commissione Europea di Bruxelles. Questi hanno, è vero, raddrizzato i conti con l’estero di alcuni paesi che erano in deficit. Al prezzo, però, di una “svalutazione interna”, vale a dire di una drastica diminuzione dei redditi disponibili, associata a un crollo della domanda interna. Come conseguenza c’è stata una drammatica caduta della produzione nella maggior parte dell’Europa del Sud, associata a un tasso di disoccupazione molto elevato e a un massiccio esodo di forza lavoro da questi paesi verso l’estero.

La zona euro è ormai diventata quella con la più bassa crescita economica al mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, si sono invece amplificate molto. Anziché favorire la creazione di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” si è accompagnata a un aumento dell’indebitamento pubblico e privato nella maggior parte delle nazioni. Eppure, l’esistenza stessa dell’euro, di cui si potrebbero ancora discutere gli effetti, è diventato un argomento assolutamente tabù. Nonostante sia ovvio il suo legame con l’attuale scontento, i sostenitori dell’euro continuano a sventolare di fronte ai francesi i suoi illusori vantaggi (l’unico reale è la facilitazione nei viaggi in Europa). Essi disegnano quadri apocalittici della situazione economica in caso di uscita dalla “moneta unica”, nel tentativo di terrorizzare i francesi che non conoscono bene la questione.

Di fronte a tali argomenti dobbiamo ribadire tutto ciò che la Francia ha perso in materia di crescita economica, il crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo, il drammatico indebolimento del suo sistema industriale. I francesi stanno già subendo la diminuzione del loro potere di acquisto, dell’occupazione, del pensionamento, della qualità dei servizi pubblici e via dicendo. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere in vita l’euro, non sono ancora state pienamente attuate qui da noi, al contrario che in altri paesi dell’Europa del Sud, eppure stanno già provocando forti reazioni contrarie. Il movimento dei “gilet gialli” ne è la conseguenza diretta.

Dobbiamo dunque spiegare ai nostri compatrioti quale sia lo svantaggio principale dell’euro per la Francia, ossia un tasso di cambio troppo elevato che porta, inevitabilmente, a una perdita di competitività della nostra economia, facendo aumentare i prezzi e il costo del lavoro in Francia rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Dobbiamo evitare di confondere le idee parlando di una eventuale coesistenza tra un nuovo franco e una “moneta comune 2.0”, dotata di tutti i suoi attributi, perché sarebbe un vicolo cieco. Una simile moneta potrebbe essere concepita semplicemente come una “unità di conto”, analogamente al vecchio ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità a causa dell’euro, sebbene essa sia indubitabile, è però un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono invece sensibili soprattutto alla loro situazione concreta.

A causa della mancata comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti continuano, per il momento, ad avere paura di un qualsiasi sconvolgimento dello status quo, e nel frattempo i sostenitori dell’euro alzano grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare, in questa situazione? Di fronte al malcontento dei francesi, è evidente che non potrà essere condotta alcuna politica di recupero dell’economia in Francia se non si ristabilirà una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adeguato al nostro paese. Ma è altrettanto certo che questo cambiamento dovrà essere fatto in condizioni che siano praticabili e accettate dal popolo francese.

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione graduale verso un dopo-euro, possibilmente discutendo coi nostri partner l’organizzazione di uno smantellamento concertato. Nel caso ciò non sia possibile, bisognerà prendere l’iniziativa in modo unilaterale, dopo avere messo in atto le opportune misure di protezione. La seconda condizione è quella di far comprendere ai nostri compatrioti i vantaggi di una “svalutazione monetaria” del nuovo franco, accompagnata a una politica economica coerente, che mantenga un controllo sull’inflazione, come avvenne nel 1958 col generale De Gaulle e poi nel 1969 con Georges Pompidou. Oggi l’inflazione va temuta meno che allora, a causa della sottoutilizzazione delle nostre capacità produttive. L’inevitabile perdita di potere di acquisto, derivante dall’aumento dei costi di alcune delle importazioni, sarà modesta e passeggera, e sarà rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe, perché verrebbe automaticamente convertito in nuovi franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae, che prevale in materia di finanza internazionale). La Francia e i francesi recupereranno brillanti prospettive di crescita futura che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

Forum collettivo firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD

Fonte: vocidallestero.it (qui)

Governo, Politica

Giancarlo Giorgetti: “Il governo durerà se si rispetta il contratto o si torna a votare”

Per il sottosegretario: “Il rischio è che il reddito di cittadinanza aumenti il lavoro nero”, ma al Sud, spiega, i 5 stelle hanno vinto per quella promessa. Di Maio: “A noi piace tutta l’Italia”.

Sul reddito di cittadinanza il governo non può tornare indietro ma, secondo il sottosegretario Giorgetti, c’è il rischio che la misura alimenti il lavoro irregolare. Lo ha spiegato nel corso del convegno “sovranismo vs populismo”: “Piaccia o non piaccia questo governo risponde ad una volontà degli italiani e il M5s al Sud ha vinto perché gli elettori vogliono il reddito di cittadinanza. Una misura che nel contratto di governo è finalizzata ad incentivare i posti di lavoro ma il pericolo che vedo è che possa alimentare il lavoro nero”. “Può piacere o no, ma purtroppo il Programma elettorale dei 5 stelle al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza; credo che abbia orientato pochissimi elettori della mie zone. Magari è l’italia che non ci piace ma con cui dobbiamo confrontarci e governare”.

L’alleanza gialloverde durerà solo a patto che il contratto sottoscritto sia rispettato: “Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di governo: quando non sarà possibile finirà ma allora la parola torni al popolo perché senza il suo consenso un governo non può esistere”, ha spiegato Giorgetti.

Quanto ai tagli alle misure per le pensioni volute dalla Lega il sottosegretario ha continuato: “È quello che chiede Bruxelles ma non lo chiedono gli italiani”. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti arrivando ad un convegno al Senato.

A rispondere alle parole di Giorgetti ci pensa il vicepremier Luigi Di Maio: “Non è tra i rischi che stiamo contemplando nel senso che l’ispettorato del lavoro e la Guardia di Finanza saranno a lavoro ogni giorno. Ho anche letto di una sua dichiarazione per cui il reddito di cittadinanza piace ad un’Italia che non piace a Giorgetti. A me l’Italia piace tutta, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, e sono orgoglioso di questo Paese”.

Fonte: huffingtonpost.it (qui), Youtube.com