Banche, Politica

Carige, Paragone (M5s): “Pd tutelava padri, amici e salotti: noi i risparmiatori. Ora i dem stiano zitti”

“I risparmiatori si stanno scagliando contro le recenti dichiarazioni degli esponenti Pd che tacciavano Di Maio e Salvini di “Vergonosa ipocrisia”. La verità è che loro tutelavano padri, amici e salotti. Noi i risparmiatori. Ora stiano zitti”. A dirlo, in un video su Facebook, il senatore del M5s, Gianluigi Paragone, sul caso Carige.

Fonte: youtube.com

Il punto sul caso Carige:

Carige, sulla strada della soluzione di mercato l’ostacolo dei crediti deteriorati.

Di Maio e Salvini a favore dell’ingresso dello Stato. Tria preferisce il modello delle due venete, regalate a Intesa e “ripulite” grazie ai contribuenti. L’istituto ha in pancia crediti malati netti per 2,3 miliardi, il 15% sul portafoglio impieghi.

Non c’è voluto molto tempo. Passati pochi giorni dal commissariamento, il governo ha assunto una posizione molto esplicita. Carige può, o meglio deve, essere “nazionalizzata”. Di Maio ieri è stato tranchant. “Quel che posso dire è che crediamo nella nazionalizzazione, l’unica strada percorribile per il M5S”. Anche il fronte leghista pare essere sulla stessa lunghezza d’onda. Giancarlo Giorgetti ha risposto sì a una domanda sull’eventuale pubblicizzazione della banca: “La nazionalizzazione è un’eventualità prevista dal decreto se non si verificano alcune condizioni, quindi se nessun privato ci mette i soldi arriverà”, ha dichiarato. “L’obiettivo è salvarla sotto lo Stato. Se ci saranno utili ci guadagnerà lo Stato”, ha rimarcato Matteo Salvini. Più cauti il ministro dell’Economia Giovanni Tria – per cui la soluzione di mercato è la via preferibile (e nel caso l’ingresso dello Stato sarebbe “temporaneo”) – che il commissario di Carige Pietro Modiano, che ritiene l’ingresso dello Stato un’opzione “residuale” e “più che astratta”.

Fin qui la cronaca politica della giornata. Ma sul piano tecnico, quello cioè dello stato di effettiva salute della banca di Genova e del suo immediato futuro, quanto è giustificabile una nuova nazionalizzazione dopo quella di Mps? È davvero l’unica strada percorribile?

La banca ligure non è mai stata di fatto risanata dal suo vero tallone d’Achille, le sofferenze e i crediti malati lasciati in eredità da Giovanni Berneschi. Nonostante 4 anni di pulizie e vendite parziali di prestiti marci costate già 3 miliardi di svalutazioni, Carige si ritrova con 4,8 miliardi di crediti deteriorati lordi. Valgono ben il 27,5% dell’intero portafogliocrediti. Certo le rettifiche già compiute hanno coperto il 51% di questo ammontare. Ma non basta dato che i crediti malati netti sono tuttora di 2,3 miliardi, un livello del 15% sul portafoglio impieghi, doppio rispetto alla media del sistema bancario italiano.

È qui l’anomalia mai sanata dai tre amministratori delegati succedutisi alla guida della banca sotto la gestione del primo socio, Vittorio Malacalza. Per riportare tassi di sofferenze in linea con la media del sistema devi di nuovo mettere mano al portafogli, cedendo almeno un miliardo di prestiti malandati netti: ovviamente il prezzo sarà una percentuale (il 20-30% del nominale secondo i corsi del mercato) con una perdita secca di almeno 700 milioni. Ecco perché tutti sanno che occorrono nuovi capitali per far uscire Carige definitivamente dal cono d’ombra: il patrimonio netto oggi è di 1,8 miliardi e verrebbe eroso pesantemente dalla vendita delle sofferenze. Trovare un privato disposto a rilevare l’istituto ligure con questa cambiale in scadenza pare non facile. Certo potrebbe accollarsi il peso il Fondo interbancario che diverrebbe il nuovo padrone della banca semplicemente convertendo il bond da 320 milioni in capitale. Ma ve li immaginate un consorzio di banche come nuovo socio forte? Strada irta di ostacoli.

L’altra alternativa di mercato, quella che preferirebbero Tria e i neo-commissari, è il matrimonio con un solo cavaliere bianco. Si ripeterebbe il copione Intesa-banche venete. E quel copione dice che chiunque chiederebbe che la parte malata delle sofferenze resti in capo allo Stato, magari alla Sga. L’onere del peso dei crediti marci rimarrebbe in capo ai contribuenti e di fatto si regalerebbe la parte sana a un diretto concorrente. Tra un onere comunque pubblico, accompagnato da un regalo a un privato (linea Tria), forse a questo punto è meglio che il pubblico si tenga tutto il pacco, compresi depositi, impieghi sani e quel che di buono c’è in Carige (linea Di Maio & C).

Guardando al passato, invece, quel che colpisce è l’inettitudine e il tempo lasciato scorrere invano: mentre Malacalza litigava coi suoi timonieri aziendali, la banca si inabissava. I prestiti sono stati tagliati passando da oltre 21 miliardi a soli 16: con un credit crunch del genere puoi vendere quante sofferenze vuoi, ma il rapporto coi crediti malati resterà sempre troppo alto (in anni di presunta cura è sceso solo dal 34 al 27,5%). E se la banca viene frenata così violentemente non puoi che avere ricadute sui ricavi, calati del 30% sotto Malacalza. Si sono tagliati i costi, ma la caduta dei ricavi è tale che oggi la prima voce si mangia il 90% delle entrate (la media è al 65%). Tutti i parametri fuori controllo quindi: da quelli di conto economico alla tenuta patrimonale per la spada di Damocle inevitabile che sarà la pulizia definitiva dei crediti malati. La soluzione pubblica potrà non piacere, ma il principio di realtà dice che oggi è l’unica strada percorribile.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Montichiari, Velodromo

Ciclismo, Velodromo di Montichiari tempi lunghi, le manifestazioni pubbliche potranno tornare non prima del 2021.

Prove di carico ok: bando Coni per la copertura con un nuovo telo, lavori pure sul legno della pista. Treviso apre tra un anno.

Vediamo la fine del tunnel. E le otto ore in auto, nella bufera di neve del passo Gottardo in Svizzera, del c.t. Marco Villa con Ganna e Consonni per andare ad allenarsi sul velodromo di Grenchen, resteranno un ricordo. La pista bresciana di Montichiari (di proprietà del Comune) sarà salvata grazie a un intervento rapidissimo dei tecnici di Coni Servizi, che hanno accelerato l’iter per poter utilizzare l’impianto, chiuso dal 24 luglio dalla Commissione di Vigilanza di Brescia per le infiltrazioni di acqua dal tetto. Positive le prove di carico, la struttura metallica è solida: solo in caso di nevicata, con accumulo, ne verrebbe vietato l’ingresso.

I tecnici Coni stanno redigendo il bando con procedura d’urgenza: il tetto del velodromo, intriso d’acqua nell’intercapedine di lana di roccia, verrà coperto e ingabbiato completamente con uno speciale telo plastico. Tempi: 60 giorni. «E saranno fatti lavori di pulizia, stuccatura e levigatura della pista, rovinata dalle infiltrazioni d’acqua, e installate lampade per il riscaldamento — spiega Renato Di Rocco, presidente Fci —. Così entro giugno potremo usare di nuovo la pista per allenarci. Senza pubblico e senza eventi, ma a noi interessa salvare l’avvicinamento all’Olimpiade di Tokyo 2020. Sui costi, siamo tra 400 e 600 mila euro, e con lo stanziamento di 1,8 milioni grazie all’impegno del sottosegretario Giorgetti sul capitolo Sport e Periferie, e alla Regione Lombardia, copriremo sia questo intervento sia il completo rifacimento del tetto che effettueremo non appena aprirà il nuovo velodromo di Spresiano (Treviso): previsioni febbraio 2020. Potremmo così avere due piste per finalizzare la preparazione per i Giochi. Solo dopo, verrà chiuso Montichiari: per rifare completamente il tetto servirà almeno un anno».

Fonte: gazzetta.it (qui)

Crisi dei partiti, Forza Italia, Politica, Politica locale

Arrivano i gilet azzurri, la protesta dell’establishment contro il popolo.

Berlusconi chiama alla carica. Il suo partito scenderà in piazza a partire da gennaio per protestare contro la legge di bilancio.

Anche in Italia, come succede in Francia ormai da mesi, scenderanno in piazza i gilet. Ma non gialli, bensì azzurri, quelli di Forza Italia, che occuperanno le piazze italiane a partire da gennaio per protestare contro il governo e le misure contenute nella manovra.
Incassato già il primo battesimo, con la protesta messa in atto in Aula della Camera prima del voto di fiducia e replicata poi all’esterno, davanti Montecitorio, i gilet azzurri si apprestano a una grande mobilitazione, chiamati alla ‘carica’ direttamente da Silvio Berlusconi. Nel tardo pomeriggio, mentre in Aula proseguono le dichiarazioni di voto sulla fiducia posta dal governo sulla manovra, tutti i deputati di Forza Italia indossano all’improvviso delle pettorine azzurre con su scritti alcuni slogan: da “Giù le mani dalle pensioni” a “Basta tasse” fino a “Giù le mani dal no profit”.

Slogan incompleti, che dovrebbero essere i seguenti: Giù le mani dalle pensioni d’oro, Basta tasse sulle banche e Giù le mani dal no profit che fanno utili invece che solidarietà

Subito richiamati all’ordine dal presidente Roberto Fico, costretto a sospendere la seduta per 5 minuti, i deputati FI hanno quindi lasciato l’emiciclo per inscenare una sorta di sit in in Transatlantico, al grido di “Pensionati all’attacco”. Infine i parlamentari, indossando sempre i gilet azzurri, si sono diretti all’esterno, per bissare il sit in davanti l’ingresso principale di Montecitorio.

Negli stessi minuti, viene diffusa una lunga dichiarazione del leader Silvio Berlusconi nella quale, attaccando pesantemente il governo e la manovra, annuncia: “I gilet azzurri indossati dai nostri parlamentari sono il simbolo di un’Italia che non vuole distruggere, ma ricominciare a costruire: un’Italia che dice basta tasse, giù le mani dalle pensioni, giù le mani dal volontariato, giù le mani dall’Italia che lavora e che produce! Gli stessi gilet azzurri a gennaio saranno nelle piazze di tutte le città italiane per continuare la mobilitazione contro il governo giallo-verde a fianco dell’altra Italia seria e lavoratrice che ancora una volta viene ingiustamente penalizzata”.

Ma come, anche Forza Italia, come il PD protesta per le tasse alle banche ed il taglio alle pensioni d’oro? Ma la parte più comica è quel “giù le mani dall’Italia che lavora e che produce!”. Si riferiscono proprio quel ceto medio tradito da venti cinque anni dallo stesso Berlusconi e della mai avviata rivoluzione liberale. Lui che liberale lo è a parole. Lui che ha usato la politica per portare vantaggio alle proprie aziende evitando attentamente di navigare nel mercato “libero”. La concorrenza era un fastidio, anche se da liberale doveva promuoverla, ovviamente per tutti gli altri. Ha preferito esserne il protettore usando la politica e la buona fede di milioni di italiani. Una “filosofia” politica di protezionismo “degli interessi propri”. Una prassi tanto in voga nella politica nostrana e trasversare, una inciviltà politica che si vorrebbe annientare. La politica della clientela, che dispensa favori al clan di turno, alla lobby di riferimento, al potere forte dominante. Oggi Forza Italia abbozza la protesta, ultimo istintivo riflesso prima di scomparire…

“L’opposizione in Parlamento non basta più”

“I gilet azzurri che abbiamo indossato oggi nell’Aula di Montecitorio simboleggiano l’avvio della mobilitazione di Forza Italia contro questo governo e le sue politiche”, spiegano poi i deputati di FI. “Non basta più fare opposizione costruttiva nelle Aule del Parlamento, ridotte da questa maggioranza e questo governo a meri luoghi di bivacco, è giunto il momento di scendere in piazza e rivendicare con orgoglio i valori del centrodestra. Dei quali oramai siamo gli unici depositari e difensori.

Tutti sanno che il centrodestra è morto e sepolto. Non sorprende che i morti viventi seguaci dell’ottantenne ex cavaliere si agitino, non tanto per protestare, quanto per alzare il prezzo alla corte di Salvini, oramai l’erede indiscusso di un campo politico che si chiamò centrodestra.

Chi vota una manovra che aumenta le tasse, non taglia il costo del lavoro, penalizza il volontariato, danneggia i pensionati e dimentica il Sud non può dirsi di centrodestra. Il vero centrodestra siamo noi, è Forza Italia”, concludono.

Allora perchè non si presentano da soli alle amministrative? Cercano la Lega? Ma in caso di alleanze locali, cosa farà Forza Italia? Protesterà contro il Governo di cui fa parte la Lega il lunedì, mercoledì e venerdì, mentre il martedì, giovedì e nel week end sosterranno i candidati del Carroccio nei comuni? Abbiano il coraggio di una scegliere! Perchè localmente gli sarà chiesto da parte stare!

Durissime le parole di Berlusconi contro il governo e la maggioranza giallo-verde: “Nessuno deve sottovalutare la gravità assoluta di quello che sta succedendo alla Camera in questi giorni, nel metodo e nel merito”. Quanto al metodo, “si stanno obbligando le Camere a votare – senza quasi averla letta – una manovra scritta sotto dettatura proprio di quei burocrati di Bruxelles che si diceva di voler sfidare e sconfiggere. Per fortuna è prevalso il buon senso e si è evitata una sanzione europea, ma il prezzo per ottenere questo è stato una legge di bilancio che gli italiani pagheranno molto cara”.

Una manovra, dice Berlusconi, dettata “da quei burocrati di Bruxelles che si diceva di voler sfidare e sconfiggere”. Parole proprio di quel Berlusconi vittima degli stessi burocrati che nel 2011 lo convinsero ad “autodisarcionarsi”. Si dimise senza essere sfiduciato, sostenne il Governo peggiore della storia repubblicana, presieduto dal senatore Monti, che lo stesso ex cavaliere disse di aver proposto. Proprio quell’establishement di cui lo stesso Berlusconi ha sempre fatto parte sin dagli albori della seconda repubblica. Lui che dalla prima ha sempre beneficiato grazie alla politica. Ora inventa i gilet azzurri, quelli del ci vuole più Europa! Quelli dell’establishment. Funzionali a replicare proteste indotte e funzionali al sistema che non vuole cedere. Invece di parlare di sovranità e rivendicazione del diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi, noi ci troviamo Berlusconi. Ancora. Ma sappiamo che è solo questione di tempo, la natura farà il suo corso.

Fonte: agi.it (qui)

Europa, Politica, Popolo vs Elite

È l’euro la causa principale dei “gilet gialli”

Un gruppo di economisti, tra cui Jacques Sapir, pubblica un articolo sul blog francese “Les Crises” in cui cerca di riassumere in pochi paragrafi il grande argomento “tabù” di cui in Francia (come e forse più che in Italia) nessuno parla: l’euro. Con la conseguenza del tasso di cambio fisso, l’euro impone di aggiustare gli squilibri tramite svalutazione interna, causando disoccupazione e riduzione del potere d’acquisto. La rivolta, in Francia, è cominciata, sebbene la consapevolezza sulle sue ragioni profonde sia ancora limitata.

A quasi vent’anni dal lancio dell’euro, avvenuto il primo gennaio 1999, la situazione della moneta unica è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è palese, ed è stato riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. Dall’altro lato, questo argomento continua a restare un tabù in Francia, tanto che nessun politico di rilievo osa affrontarlo a testa alta. Come si spiega una situazione del genere?

Nessuno sembra ricollegare l’attuale movimento dei “gilet gialli” al fallimento dell’euro. Eppure, l’impoverimento della maggior parte della popolazione, di cui esso è il segno più manifesto, è la conseguenza diretta delle politiche messe in atto per tentare di salvare a qualsiasi costo la moneta unica europea. Non si sta parlando, qui, dell’allentamento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea col suo quantitative easing, peraltro inefficace nel rilanciare la produzione. Si sta parlando piuttosto delle politiche fiscali di aumento delle tasse e di diminuzione degli investimenti pubblici che vengono richiesti, ovunque, da parte della Commissione Europea di Bruxelles. Questi hanno, è vero, raddrizzato i conti con l’estero di alcuni paesi che erano in deficit. Al prezzo, però, di una “svalutazione interna”, vale a dire di una drastica diminuzione dei redditi disponibili, associata a un crollo della domanda interna. Come conseguenza c’è stata una drammatica caduta della produzione nella maggior parte dell’Europa del Sud, associata a un tasso di disoccupazione molto elevato e a un massiccio esodo di forza lavoro da questi paesi verso l’estero.

La zona euro è ormai diventata quella con la più bassa crescita economica al mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, si sono invece amplificate molto. Anziché favorire la creazione di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” si è accompagnata a un aumento dell’indebitamento pubblico e privato nella maggior parte delle nazioni. Eppure, l’esistenza stessa dell’euro, di cui si potrebbero ancora discutere gli effetti, è diventato un argomento assolutamente tabù. Nonostante sia ovvio il suo legame con l’attuale scontento, i sostenitori dell’euro continuano a sventolare di fronte ai francesi i suoi illusori vantaggi (l’unico reale è la facilitazione nei viaggi in Europa). Essi disegnano quadri apocalittici della situazione economica in caso di uscita dalla “moneta unica”, nel tentativo di terrorizzare i francesi che non conoscono bene la questione.

Di fronte a tali argomenti dobbiamo ribadire tutto ciò che la Francia ha perso in materia di crescita economica, il crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo, il drammatico indebolimento del suo sistema industriale. I francesi stanno già subendo la diminuzione del loro potere di acquisto, dell’occupazione, del pensionamento, della qualità dei servizi pubblici e via dicendo. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere in vita l’euro, non sono ancora state pienamente attuate qui da noi, al contrario che in altri paesi dell’Europa del Sud, eppure stanno già provocando forti reazioni contrarie. Il movimento dei “gilet gialli” ne è la conseguenza diretta.

Dobbiamo dunque spiegare ai nostri compatrioti quale sia lo svantaggio principale dell’euro per la Francia, ossia un tasso di cambio troppo elevato che porta, inevitabilmente, a una perdita di competitività della nostra economia, facendo aumentare i prezzi e il costo del lavoro in Francia rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Dobbiamo evitare di confondere le idee parlando di una eventuale coesistenza tra un nuovo franco e una “moneta comune 2.0”, dotata di tutti i suoi attributi, perché sarebbe un vicolo cieco. Una simile moneta potrebbe essere concepita semplicemente come una “unità di conto”, analogamente al vecchio ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità a causa dell’euro, sebbene essa sia indubitabile, è però un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono invece sensibili soprattutto alla loro situazione concreta.

A causa della mancata comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti continuano, per il momento, ad avere paura di un qualsiasi sconvolgimento dello status quo, e nel frattempo i sostenitori dell’euro alzano grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare, in questa situazione? Di fronte al malcontento dei francesi, è evidente che non potrà essere condotta alcuna politica di recupero dell’economia in Francia se non si ristabilirà una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adeguato al nostro paese. Ma è altrettanto certo che questo cambiamento dovrà essere fatto in condizioni che siano praticabili e accettate dal popolo francese.

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione graduale verso un dopo-euro, possibilmente discutendo coi nostri partner l’organizzazione di uno smantellamento concertato. Nel caso ciò non sia possibile, bisognerà prendere l’iniziativa in modo unilaterale, dopo avere messo in atto le opportune misure di protezione. La seconda condizione è quella di far comprendere ai nostri compatrioti i vantaggi di una “svalutazione monetaria” del nuovo franco, accompagnata a una politica economica coerente, che mantenga un controllo sull’inflazione, come avvenne nel 1958 col generale De Gaulle e poi nel 1969 con Georges Pompidou. Oggi l’inflazione va temuta meno che allora, a causa della sottoutilizzazione delle nostre capacità produttive. L’inevitabile perdita di potere di acquisto, derivante dall’aumento dei costi di alcune delle importazioni, sarà modesta e passeggera, e sarà rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe, perché verrebbe automaticamente convertito in nuovi franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae, che prevale in materia di finanza internazionale). La Francia e i francesi recupereranno brillanti prospettive di crescita futura che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

Forum collettivo firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD

Fonte: vocidallestero.it (qui)

Governo, Politica

Giancarlo Giorgetti: “Il governo durerà se si rispetta il contratto o si torna a votare”

Per il sottosegretario: “Il rischio è che il reddito di cittadinanza aumenti il lavoro nero”, ma al Sud, spiega, i 5 stelle hanno vinto per quella promessa. Di Maio: “A noi piace tutta l’Italia”.

Sul reddito di cittadinanza il governo non può tornare indietro ma, secondo il sottosegretario Giorgetti, c’è il rischio che la misura alimenti il lavoro irregolare. Lo ha spiegato nel corso del convegno “sovranismo vs populismo”: “Piaccia o non piaccia questo governo risponde ad una volontà degli italiani e il M5s al Sud ha vinto perché gli elettori vogliono il reddito di cittadinanza. Una misura che nel contratto di governo è finalizzata ad incentivare i posti di lavoro ma il pericolo che vedo è che possa alimentare il lavoro nero”. “Può piacere o no, ma purtroppo il Programma elettorale dei 5 stelle al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza; credo che abbia orientato pochissimi elettori della mie zone. Magari è l’italia che non ci piace ma con cui dobbiamo confrontarci e governare”.

L’alleanza gialloverde durerà solo a patto che il contratto sottoscritto sia rispettato: “Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di governo: quando non sarà possibile finirà ma allora la parola torni al popolo perché senza il suo consenso un governo non può esistere”, ha spiegato Giorgetti.

Quanto ai tagli alle misure per le pensioni volute dalla Lega il sottosegretario ha continuato: “È quello che chiede Bruxelles ma non lo chiedono gli italiani”. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti arrivando ad un convegno al Senato.

A rispondere alle parole di Giorgetti ci pensa il vicepremier Luigi Di Maio: “Non è tra i rischi che stiamo contemplando nel senso che l’ispettorato del lavoro e la Guardia di Finanza saranno a lavoro ogni giorno. Ho anche letto di una sua dichiarazione per cui il reddito di cittadinanza piace ad un’Italia che non piace a Giorgetti. A me l’Italia piace tutta, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, e sono orgoglioso di questo Paese”.

Fonte: huffingtonpost.it (qui), Youtube.com

Elites vs Popoli, Europa, Politica

L’ombra del fallimento gialloverde di fronte all’Euro-establishment. Così Di Maio e Salvini rischiano la fine alla Tsipras ⎮ libreidee.org

«Diciamocelo: l’esperienza gialloverde sta fallendo. Lega e 5 Stelle rischiano grosso, di fronte alla cocente delusione degli elettori che avevano creduto nella loro scommessa». Parola di Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere, 2014), che svela la natura supermassonica del vero potere, che in Europa si nasconde dietro la tecnocrazia di Bruxelles e le cancellerie che contano, Berlino e Parigi in primis. Spettacolo penoso, la retromarcia tattica del governo Conte di fronte alle minacce dell’euro-establishment, «come se il problema fosse davvero il deficit al 2,4%», che ora peraltro il governo si sta preparando a “sacrificare”. Linea perdente, dice Magaldi: guai, a cedere al ricatto. Perché siamo di fronte a una colossale farsa: tutti sanno benissimo che Bruxelles non ha affatto a cuore il benessere del sistema-Italia. L’unico vero obiettivo dei nostri censori – Moscovici e Juncker, Macron e Merkel – è stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di rovesciare il paradigma neoliberista dell’austerity, propagandato e difeso “militarmente” a colpi di spread. Sul piano contabile non può far paura a nessuno, l’esiguo incremento del deficit inizialmente previsto dal Def per il 2019. Lo sanno Di Maio e Salvini, ma lo sanno anche i signori di Bruxelles. A inquietare gli oligarchi, semmai, è la bandiera della ribellione, sventolata dall’Italia per qualche settimana.

L’orgogliosa rivendicazione post-keynesiana del governo Conte, sottolineata dal richiamo al New Deal rooseveltiano da parte di Paolo Savona, poteva innescare un benefico contagio europeo, basato sulla richiesta di sovranità democratica. Se invece oraGioele Magaldil’Italia fa retromarcia e dice “abbiamo scherzato”, per Lega e 5 Stelle può essere l’inizio della fine, sostiene Magaldi, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Una riflessione a tutto campo, quella del presidente del metapartitico Movimento Roosevelt, nato per rigenerare la politica italiana scuotendola dal torpore conformistico dell’equivoca Seconda Repubblica, durante la quale la finta alternanza dei partiti al potere – centrodestra e centrosinistra – ha costretto l’Italia a imboccare la via del declino, tra delocalizzazioni e privatizzazioni improntate alla “teologia” neoliberale che demonizza la spesa pubblica al solo scopo di trasferire potere e ricchezza ai grandi oligopoli privati. Magaldi è stato uno sponsor del governo Conte, che ha lungamente supportato e incoraggiato – a patto però che rompesse l’incantesimo che vieta all’Italia di riappropriarsi della sua sovranità, a cominciare da quella monetaria.

L’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, invoca il ricorso a una moneta parallela. Proprio la gestione dell’euro – monopolizzata dal cartello finanziario che detiene il controllo della Bce – è uno dei punti strategici su cui farà leva il “partito che serve all’Italia”, cantiere politico roosveltiano che il prossimo 22 dicembre a Roma comincerà a costruire un’agenda concreta. Le delusione di fronte al cedimento all’Ue non impedisce a Magaldi di continuare a considerare Lega e 5 Stelle gli unici interlocutori potenzialmente credibili: certo, se si alza bandiera bianca sul deficit 2019, la partita è destinata a slittare al 2020, dopo le europee, traguardo al quale il governo intende presentarsi senza avere sulle spalle il peso dell’eventuale procedura d’infrazione per eccesso di debito. Ma così, obietta Magaldi, non si può sperare di andare lontano. Per un motivo essenziale: è perdente, sempre e comunque, piegarsi a un ricatto. E quello degli oligarchi Ue è un ricatto ipocrita, Nino Gallonitravestito da economicismo: il rigore viene spacciato per strada maestra, quando gli stessi ideologi dell’austerity sanno perfettamente che il taglio della spesa produce solo recessione e disoccupazione.

La stessa manovra gialloverde non è certo impeccabile, annota Magaldi: non c’è ancora la più pallida idea di come applicare l’eventuale reddito di cittadinanza sbandierato da Di Maio, mentre – sul fronte leghista – siamo lontani anni luce dal decisivo sgravio fiscale promesso alle elezioni. «E’ di quello che hanno bisogno come il pane gli ambienti imprenditoriali che avevano sostenuto Salvini: cosa importa, alle aziende, del “decreto sicurezza” appena approvato? Oltretutto, quel decreto – davvero pessimo – potrebbe anche configurare pesanti e inaccettabili limitazioni alle libertà personali». Neppure nella versione con il deficit al 2,4%, insiste Magaldi, la manovra mostrava sufficienti investimenti nei settori in grado di rilanciare l’economia: un impegno troppo esiguo, non certo adeguato a garantire quel “moltiplicatore economico” di cui il paese ha bisogno. Premessa: «Aumentare il deficit è doveroso, per rimettere in moto l’economia, purché però si investa nei settori che garantiscano la crescita dell’occupazione». Si corre il rischio di fare «la stessa figura di Tsipras, che ha tradito i greci per piegarsi all’Ue». Altro paragone increscioso, quello con Matteo Renzi: «Era andato a Bruxelles facendo il fanfarone, annunciando svolte epocali per uscire dall’austerity di Monti e Letta, ma poi ha ceduto su tutta la linea».

Tsipras e Renzi sappiamo che fine hanno fatto. A Salvini e Di Maio, un analogo scivolone  costerebbe l’osso del collo. Anche perché ormai l’opinione pubblica italiana ha preso le misure, ai padreterni di Bruxelles: oggi, a Mario Monti ed Elsa Fornero l’italiano medio non stenderebbe più il tappeto rosso. S’è messo in moto qualcosa di profondo, nel paese, anche grazie alla politica pre-elettorale della Lega e dei 5 Stelle, carica di aspettative. Ora, come dire, sarebbe folle rimangiarsi la parola data. Guai ad arretrare, di fronte alle minacce dei burattini di quella che resta una cupola finanziaria supermassonica, la stessa che ha insediato all’Eliseo il micro-oligarca Macron, contro il quale oggi la Francia stessa si sta sonoramente ribellando. E l’Italia che fa, resta a guardare? Si lascia intimidire da uno spaventapasseri come Juncker dopo aver promesso cataclismi epocali? Gilet Gialli, la Francia in rivoltaGrave errore, sottolinea Magaldi, aver usato toni irridenti con l’Ue, se poi ci si prepara a genuflettersi a Bruxelles come Renzi e Gentiloni. Meglio un dialogo franco e leale, giusto per dire: cari amici, che ne direste di farla davvero, l’Europa?

Sottinteso: questo obbrobrio di Ue va cestinato, perché ha disastrato l’economia del continente seminando crisi su crisi. Da dove ripartire? Ovvio, dall’inizio: la parola chiave è antica, si chiama “democrazia”. E in questa pseudo-Europa, purtroppo, oggi è sinonimo di “rivoluzione”. Magaldi preferisce il termine “radicalismo”, ma il senso è quello: radere al suolo l’impalcatura (marcia dalle fondamenta) dell’attuale Disunione Europea, dove la Germania – come segnala l’imprenditore Fabio Zoffi – bacchetta l’Italia per il suo 130% di debito, mentre quello di Berlino (occulto) veleggia verso il 300% del Pil. Negli ultimi anni, a scuotere l’opinione pubblica hanno provveduto celebri “whistleblower” come Julian Assange (Wikileaks) e Edward Snowden (la disinvoltura della Nsa nella gestione dei Big Data, in termini di spionaggio di massa). Dal canto suo Magaldi – altro “insider”, se vogliamo, ma proveniente dal mondo delle Ur-Fabio ZoffiLodges – ha scoperchiato il vaso di Pandora delle quasi onnipotenti superlogge sovranazionali. Obiettivo: consentire al pubblico di aprire gli occhi, imparando a riconoscere la vera identità dei tanti oligarchi che si spacciano per guide illuminate.

L’Ue? Un loro prodotto. Movente: confiscare diritti, sovranità e democrazia, per organizzare il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal basso verso l’alto. Narrazione mainstream: è giusto tagliare lo Stato. Risultato scontato: sofferenze sociali. Parla da solo il caso italiano: 25 anni di decadenza ininterrotta, presentata come fisiologica. Una farsa colossale, abilmente inscenata da partiti “comprati” e disinformatori di corte. Poi è arrivato l’inciampo elettorale dei gialloverdi. E ora che fanno, tornano a casa con la coda tra le gambe? Sappiano, ribadisce Magadi, che non possono farlo: l’Italia non li perdonerebbe. Perché la vera sfida è solo all’inizio. E tutti i falsi dogmi del dominio – rigore, austerity, pareggio di bilancio – saranno spazzati via, il giorno che l’Europa nascerà davvero, con la sua Costituzione democratica e il suo governo federale, finalmente eletto dagli europarlamentari votati dai cittadini europei. Utopia? Non per Gioele Magaldi, intenzionato a incalzare «gli amici gialloverdi» senza fare sconti a nessuno, avendo chiaro «quello che serve davvero all’Italia». Non la diplomazia, con Bruxelles, ma il confronto (durissimo) che in tanti avevano sperato potesse essere inaugurato proprio da Salvini e Di Maio.

Fonte: libreidee.org (qui)

Economia, Italexit

Ue-Italia, parla l’economista Bifarini: “Vi spiego perchè è il momento dell’Italexit”

Dopo la bocciatura definitiva della manovra da parte della Commissione europea con la prospettiva dell’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, da più parti ci si chiede quale strada percorrere. A questo punto, cosa converrebbe fare? Scendere a patti con Bruxelles come sembrerebbe chiedere il ministro degli Affari europei Paolo Savona, o andare avanti con il muro contro muro come chiedono invece Salvini e Di Maio? E soprattutto, è arrivato o no il momento di una rottura definitiva, magari avviando quel percorso di uscita dall’euro da molti auspicato? Lo Speciale lo ha chiesto all’economista Ilaria Bifarini.

Ha senso cercare ancora un accordo con l’Unione Europea sulla manovra?

“Credo a questo punto che non ci siano più le condizioni. C’è un accanimento da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia che è motivato più da ragioni ideologiche e politiche che da questioni economiche. La spesa a deficit prevista da questa manovra è assolutamente in linea con quanto attuato dai governi precedenti, anzi anche inferiore. Il debito pubblico, dovuto al pagamento degli interessi sul debito stesso, è cresciuto con lo stesso Monti, a riprova che le misure di austerity non funzionano, così come con Letta, Gentiloni e Renzi. Ma mai come con la coalizione giallo-verde c’era stato un attacco così duro e ostinato da parte sia di Bruxelles che dei media e di tutta la potente macchina della propaganda”.

Siamo come non mai di fronte ad un bivio? Uscire dall’euro o rassegnarsi alla sudditanza perenne?

“Già, è giunto il momento di scelte coraggiose. Continuare a sottostare a regole e parametri infondati assurti a dogmi significa rinunciare per sempre alla propria sovranità economica e politica. Una perdita di democrazia inaccettabile per i cittadini, che alle urne hanno espresso la loro volontà di cambiamento. C’è uno scollamento troppo forte ormai tra le istanze delle popolazioni e quelle dei tecnocrati di Bruxelles, che non le rappresentano.
Attraverso l’imposizione di parametri contabili si è creata una dittatura dei mercati che sta generando solo povertà e disoccupazione. L’unica possibile via d’uscita è recuperare la propria sovranità monetaria”.

E’ il momento propizio per tentare la strada dell’Italexit o sono ancora possibili soluzioni meno drastiche?

“Continuare a ‘trattare’ con l’UE che ci somministra la pillola mortifera dell’austerity significa condannarsi a una lenta e dolorosa agonia. Nonostante il terrorismo creato dal mainstream, tornare a una nostra moneta, che si chiami lira o qualsiasi altro nome, non rappresenterebbe nulla di trascendentale. Al mondo, a parte l’Eurozona e le ex colonie francesi che adottano il franco CFA, ogni Paese ha la propria moneta. Non si verificherebbe nessuna delle catastrofi prospettate da chi fa volutamente terrorismo. Lo spauracchio dell’inflazione, ad esempio, è infondato, perché attualmente ci troviamo in una situazione di deflazione con crisi della domanda e alta disoccupazione. Così come la corsa agli sportelli, essendo nell’epoca delle transazioni elettroniche. Insomma, niente cavallette”.

Il Ministro Paolo Savona dice che bisogna cambiare anche il governo, non soltanto la manovra. Che sta succedendo?

“Pare che le dichiarazioni siano state smentite, o comunque ridimensionate. Sicuramente c’è nervosismo, vista la situazione di forte scontro con l’UE. D’altra parte c’è una stampa e un apparato di comunicazione che tifa contro il governo e fa di tutto per ridicolizzarlo e delegittimarlo. Neanche ai tempi di Berlusconi c’era tanto accanimento. Questo tende a esacerbare lo scontro e a radicalizzare le posizioni, creando un clima per nulla favorevole”.

Fonte: ilariabifarini.com (qui)